Revisionismo

Il revisionismo storico

Il crollo del muro di Berlino ha contribuito in parte anche al crollo delle varie ideologie, che questo muro sosteneva. Questo processo, ha avuto anche in Italia il suo sviluppo, con la trasformazione del partito Comunista Italiano in un partito operante nell’area socialdemocratica dopo aver abbandonato le tesi Marxiste, substrato indissolubile all’idea comunista, anche se ammorbidita nel contesto europeo in cui il PCI operava. Questo radicale cambiamento ha modificato la sinistra intellettuale italiana, non più condizionata da certi dogmatismi ideologici, rendendola più disponibile ad una valutazione più serena ed obbiettiva su i fatti occorsi in Italia dalla nascita del fascismo alla fine della seconda guerra mondiale. Ed è grazie a questo processo evolutivo che il revisionismo storico iniziato con Renzo De Felice, che riguarda appunto il periodo indicato, può essere valutato, discusso, integrato, accettato con serenità e non più rigettato con sdegno come in passato, da buona parte della sinistra italiana.

Cos’è il revisionismo
In certi ambienti ove, per opportunità politiche, religiose, morali o di altra natura, si tendono ad avvalorare tesi confacenti alle loro precipue opportunità, la storiografia revisionista viene considerata un elemento estremamente negativo, essa viene accusata di rimuovere, relativizzare o addirittura a negare ciò che la Vulgata storiografica, aveva assunto a dogma. Il termine polemico di “Vulgata” fu usato ripetutamente da Renzo de Felice nel suo libro Il Rosso e il Nero per identificare il criterio largamente usato da certa storiografia di parte per la valutazione della Resistenza. La revisione delle opere storiche, invece, realizzata con rigore, senza condizionamenti politici e ideologici, perfeziona, completa, aggiorna il fatto storico, spesso modificando radicalmente il suo significato originario; purtroppo quando queste modificazioni intaccano dogmi politici o religiosi, intesi assolutamente immodificabili, a difesa di questi ultimi scatta la demonizzazione dello storico eretico, del revisionista; Renzo De Felice, al quale oggi, si riconosce a pieno, il suo rigore scientifico e la sua obbiettività, fu aspramente contestato, considerato un fascista, un negazionista, perché nei suoi studi aveva, per primo, iniziato una coraggiosa revisione sul fascismo, non per riabilitarlo, ma per ricostruirne la semplice verità storica. Era evidente che questo lavoro di revisione andava ad incrinare l’ormai consolidato giudizio, al quale, buona parte dell’Italia si era conformata. De Felice fu all’epoca, contestato, oltre che dalla sinistra, anche da parte di movimenti nostalgici di destra, per i quali il rigore del lavoro eseguito dallo storico, contrastava con i loro convincimenti, e quindi anche dalla destra l’opposizione al suo lavoro fu determinata solo ed esclusivamente da contrapposizioni politiche, e non da motivazioni storiografiche.
Nell’opera Defeliciana si analizza il fascismo sia come movimento che come regime, non fu purtroppo completata l’analisi della guerra civile, per la morte dello studioso, l’ultimo suo libro, completato in parte dai suoi allievi, sulla base degli appunti lasciati, uscì postumo ed incompleto.

Le origini del Fascismo
Una definizione del Fascismo, non può esser data in modo schematico e semplicistico, fu un movimento complesso, composto da molte anime ed intenzioni.
Gramsci, per esempio, da una definizione particolare del fascismo, poi fatta propria dai vari movimenti e partiti di sinistra, definizione utile alla propaganda comunista di allora ma fondamentalmente errata nel suo contesto storico; il fascismo veniva definito da Gramsci: un movimento fantoccio voluto dalla grande borghesia e dal capitale, in quel momento, ritenuti da lui, agonizzanti, ed incapaci di arginare la fatale ed inarrestabile vittoria del socialismo. Il fascismo soprattutto come movimento, nacque invece in ambienti sindacali sinistreggianti, dal reducismo, dall’arditismo, dal futurismo e da vari gruppi emergenti della piccola borghesia che si trovava schiacciata dalla grande borghesia e dal capitale da una parte e dal proletariato e i suoi irrequieti movimenti dall’altra. Mussolini, del resto, indica nei suoi ispiratori: Corradini, i movimenti sindacalisti Soreliani, il Prezzolini della Voce, Oriani, Gentile, D’Annunzio, anche se immediatamente collocandosi nell’area nazionalista radicale, deluse alcuni gruppi simpatizzanti: gli arditi, i legionari fiumani, e i futuristi.
Certamente, anche il capitalismo fu favorevole all’ascesa del fascismo, lo considerava uno strumento di stabilità e d’ordine e soprattutto di lotta al comunismo, il capitale contribuì sicuramente, anche con aiuti materiali, alla sua ascesa, non ne fu però la causa principale.

Il Fascismo movimento e il Fascismo regime.
De Felice identifica il fenomeno fascista in tre elementi: Il Duce, il Movimento e il Regime, questi elementi nell’arco del ventennio si sovrappongono e s’intrecciano, Mussolini ne fu autore e artefice, risultando così inscindibile la figura del duce con il movimento stesso.
Concorsero nel fascismo le correnti più disparate: filo-cattoliche, laiciste, liberali, monarchiche, repubblicane, filocapitaliste, sindacali, classiste e persino socialisteggianti. Si può dire che nel fascismo si ritrovarono quasi tutte le anime presenti nell’Italia d’allora.
La differenza tra Fascismo-movimento formatosi all’inizio e Fascismo-regime costituitosi successivamente, fu per la prima volta individuata da Renzo de Felice alla fine degli anni 60.
Il Fascismo movimento fu composto da idealisti con istinti rivoluzionari, anticapitalisti, repubblicani, da elementi provenienti anche da larghi settori della sinistra; il Fascismo regime, invece, si connotò da subito conservatore, autoritario capitalista, clericale, monarchico e reazionario, fu composto principalmente da opportunisti, carrieristi, proprietari, piccoli e grandi borghesi, da questa differenziazione si evince perché il regime ebbe il sopravvento sul movimento.
Alla fine nella RSI il fascismo repubblicano, riprese in parte le proprie ideologie originarie, addirittura alcune frange, ebbero connotazioni di sinistra estrema, vedasi il movimento che faceva capo a Stanis Ruinas denominato “Il pensiero Nazionale” che si riteneva alla fine della guerra non sconfitto dalla resistenza, bensì dai gerarchi fascisti borghesi e che successivamente, pur non rinnegando l’esperienza di fascista rivoluzionario, si avvicinò moltissimo al partito comunista, di fatti molti componenti il movimento, denominati, appunto, fascisti di sinistra, incoraggiati dalla linea politica di accoglienza di Togliatti, confluirono nel partito stesso.

Totalitarismo e Autoritarismo
Molti sono gli storici che tendono, nella comparazione delle dittature del XX secolo ad identificare il Fascismo non come un regime totalitario, ma come un regime solamente autoritario. La differenza di questi due termini sta appunto nell’accezione letterale dei termini stessi, si considera un regime totalitario, quello appunto che controlla e dirige totalmente qualsiasi aspetto della vita e della società in cui e presente. Questi storici tendono a considerare il Fascismo un regime autoritario, perché in Italia non si configurarono mai condizioni simili alla Germania e alla Russia, dirette certamente da regimi, senza ombra di dubbio, definiti totalitari. In effetti la Chiesa cattolica, fortemente radicata in Italia, la Monarchia, l’esercito sempre fedele al Re, impedirono di fatto al Fascismo di controllare totalmente lo stato italiano. Altri storici invece ritengono non si debbano fare nette distinzioni e separazioni dei vari regimi, ciascuno operava in ambienti e con metodi diversi, tali da non poter esser, tra loro comparabili, per questo motivo ritengono che il regime Fascista pur con tutte le distinzioni relative alla sua peculiarità fu per certi aspetti un regime totalitario. Personalmente, ritengo, che il regime fascista fu un regime totalitario, o meglio, fu tendente ad esserlo, in quanto, esso, non raggiunse mai i livelli del nazismo e del comunismo proprio per la presenza della Monarchia e della Chiesa, poteri con un fortissimo ascendente sul popolo italiano, in aggiunta anche alla caratteristica tendenza al pressappochismo e alla faciloneria e al forte individualismo del nostro popolo, che impedirono di fatto la completa totalitarizzazione dello stato.

Consensi e dissensi al regime
Il consenso ebbe la sua massima espressione negli che vanno dal 1936 al 1938 e comprendeva in percentuali variabili, circa l’80% degli italiani.
La fine del consenso inizia con la stipulazione del patto d’acciaio essa fu discontinua e tarda, con punte determinatesi il 25 luglio (ordine Grandi) e l’8 Settembre (armistizio) essa fu circoscritta a in ambienti particolari e con un ridotto seguito nel paese. Solo nel momento in cui le città italiane iniziarono a subire bombardamenti, i generi di primaria necessità scarseggiarono e fu percepita l’imminente disfatta militare, si ebbe una crescente opposizione alla guerra e al fascismo che l’aveva voluta.
A guerra finita, per ovvio interesse politico, sottacendo il consenso del popolo italiano al Fascismo e supervalutando il peso militare delle forze partigiane, dopo l’otto settembre, si cominciò a considerare la guerra, unicamente perduta dal fascismo, intendendo così sollevare l’intero popolo italiano dalle sue oggettive responsabilità, presentandolo anzi come vittima del fascismo, impostogli contro la sua volontà; questo concetto era talmente radicato e condiviso da vari movimenti politici che comportò enormi difficoltà ad Alcide De Gasperi, al quale fu richiesto, che nelle trattative post belliche, l’Italia avesse una posizione paritaria agli alleati, e che addirittura fossero rivendicati anche alcuni dei territori perduti.
In conclusione, l’opera di revisione storica iniziata da De Felice e successivamente integrata da altri studiosi, consente una rilettura dei fatti, delle idee e delle motivazioni che hanno caratterizzato la nostra storia contemporanea, purgata dal fallace preconcetto ideologico, non per assolvere, per giustificare o addirittura per negare, le varie responsabilità e colpe di chi ne ebbe causa; ma semplicemente per collocare nella sua giusta posizione quei fatti che hanno fatto la nostra storia, e su i quali serenamente oggi dobbiamo riflettere.

N.C. 2004

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