Le origini del fascismo

Origini; Movimento; Regime; Totalitarismo; Consensi.

Una definizione del Fascismo, non può esser data in modo schematico e semplicistico, esso fu un movimento complesso composto da molte anime ed intenzioni.
Gramsci, per esempio ne dà una definizione particolare poi fatta propria dai vari movimenti e partiti della sinistra, definizione utile alla propaganda comunista di allora ma fondamentalmente errata nel suo contesto storico; il fascismo veniva definito da Gramsci: un movimento fantoccio voluto dalla grande borghesia e dal capitale, in quel momento, ritenuti da lui, agonizzanti, ed incapaci di arginare la fatale ed inarrestabile vittoria del socialismo.
Il fascismo soprattutto come movimento, nacque invece in ambienti sindacali di sinistra, nacque dal reducismo, dall’arditismo, dal futurismo e da vari gruppi emergenti della piccola borghesia che si trovava schiacciata dalla grande borghesia e dal capitale da una parte e dal proletariato e i suoi irrequieti movimenti dall’altra. Mussolini, del resto, indica nei suoi ispiratori: Corradini, i movimenti sindacalisti Soreliani, il Prezzolini della Voce, Oriani, Gentile, D’Annunzio, anche se immediatamente collocandosi nell’area nazionalista radicale, deluse alcuni gruppi suoi simpatizzanti: gli arditi, i legionari fiumani, e i futuristi.

Certamente, anche il capitalismo fu favorevole all’ascesa del fascismo, lo considerava uno strumento di stabilità e d’ordine e soprattutto di lotta al comunismo, il capitale contribuì sicuramente, anche con aiuti materiali alla sua ascesa, non ne fu però la causa principale.
Il Fascismo movimento e il Fascismo regime
De Felice identifica il fenomeno fascista in tre elementi: Il Duce, il Movimento e il Regime, questi elementi nell’arco del ventennio si sovrappongono e s’intrecciano, Mussolini ne fu autore e artefice, fondendo insieme duce, movimento e regime.
Concorsero nel fascismo le correnti più disparate: filocattoliche, laiciste, liberali, monarchiche, repubblicane, filocapitaliste, sindacali, classiste e persino socialisteggianti. Si può dire che nel fascismo si ritrovarono quasi tutte le anime presenti nell’Italia d’allora, ad esclusione, ovviamente dei movimenti di origine marxista.

La differenza tra Fascismo-Movimento e Fascismo-regime fu per la prima volta individuata da Renzo de Felice alla fine degli anni 60. Il fascismo movimento nel suo nascere fu equidistante sia dal capitale che dal proletariato.
Il Fascismo movimento fu composto da idealisti con istinti rivoluzionari, anticapitalisti, repubblicani, provenienti anche da larghi settori della sinistra; il Fascismo regime, invece, si connotò da subito conservatore, autoritario capitalista, clericale, monarchico e reazionario, fu composto principalmente da opportunisti, carrieristi, proprietari, piccoli e grandi borghesi, da questa differenziazione si evince perché il regime ebbe il sopravvento sul movimento.

Alla fine nella RSI il fascismo repubblicano, riprese in parte le proprie ideologie originarie, addirittura alcune frange, ebbero connotazioni di sinistra estrema, vedasi il movimento che faceva capo a Stanis Ruinas denominato “Il pensiero Nazionale” che si riteneva alla fine della guerra non sconfitto dalla resistenza, bensì dai gerarchi fascisti borghesi e che successivamente, pur non rinnegando l’esperienza di fascista rivoluzionario, si avvicinò moltissimo al partito comunista, in modo tale che molti componenti il movimento, denominati appunto fascisti di sinistra, incoraggiati dalla linea politica di accoglienza di Togliatti, confluirono nel partito stesso.
Totalitarismo e Autoritarismo
Molti sono gli storici che tendono, nella comparazione delle dittature del XX secolo ad identificare il Fascismo non come un regime totalitario, ma come un regime solamente autoritario. La differenza di questi due termini sta appunto nell’accezione letterale dei termini stessi, si considera un regime totalitario, quello appunto che controlla e dirige totalmente qualsiasi aspetto della vita e della società in cui e presente. Questi storici tendono a considerare il Fascismo un regime solamente autoritario, perché in Italia non si configurarono mai condizioni simili alla Germania e alla Russia, dirette certamente da regimi, senza ombra di dubbio, definibili totalitari. In effetti la Chiesa cattolica, fortemente radicata in Italia, la Monarchia, l’esercito sempre fedele al Re, impedirono di fatto al Fascismo di controllare totalmente lo stato italiano. Altri storici invece ritengono non si debbano fare nette distinzioni e separazioni dei vari regimi, ciascuno operava in ambienti e con metodi diversi, tali da non poter esser, tra loro comparabili, per questo motivo ritengono che il regime Fascista pur con tutte le distinzioni relative alla sua peculiarità fu per certi aspetti un regime totalitario. Personalmente, ritengo, che il regime fascista fu un regime totalitario, o meglio, fu tendente ad esserlo, in quanto, esso, non raggiunse mai i livelli del nazismo e del comunismo proprio per la presenza della Monarchia e della Chiesa, poteri con un fortissimo ascendente sul popolo italiano, in aggiunta anche alla caratteristica tendenza al pressappochismo e alla faciloneria e al forte individualismo del nostro popolo, che impedirono di fatto la completa totalitarizzazione dello stato.
Consensi e dissensi al regime
Il consenso ebbe la sua massima espressione negli che vanno dal 1936 al 1938 e comprendeva in percentuali alterne, circa l’80% degli italiani.
La fine del consenso al fascismo inizia con la stipulazione del patto d’acciaio, esso fu discontinuo e tardo, vi furono, però, alte punte di dissenso il 25 luglio con l’ordine Grandi e l’8 Settembre con l’armistizio; il dissenso fu circoscritto ad ambienti particolari e con un ridotto seguito nel paese.
Solo nel momento in cui le città italiane iniziarono a subire bombardamenti e i generi di primaria necessità iniziarono a scarseggiare, fu percepita con chiarezza l’imminente disfatta militare, solo allora si ebbe sempre più forte una crescente opposizione alla guerra e al fascismo e di conseguenza il dissenso al regime raggiunse alte percentuali tra la popolazione.
A guerra finita, per ovvio interesse politico, si tese a minimizzare il consenso del popolo italiano al Fascismo e si iniziò a considerare il peso militare delle forze partigiane determinante per la vittoria finale su la repubblica Sociale e i Tedeschi invasori, pertanto, dopo l’otto settembre, si cominciò a considerare la guerra perduta, unicamente per responsabilità fascista, intendendo così sollevare l’intero popolo italiano dalle sue oggettive responsabilità, presentandolo anzi come vittima del fascismo impostogli contro la sua volontà; questo concetto era talmente radicato e condiviso da vari movimenti politici sorti a guerra finita e coalizzatisi in un governo di restaurazione nazionale, che comportò enormi difficoltà ad Alcide De Gasperi, al quale fu richiesto, che nelle trattative post belliche, l’Italia avesse una posizione paritaria agli alleati, e che addirittura nelle trattative vi fossero rivendicati anche alcuni dei territori italiani perduti. Malgrado l’accorato appello dello statista Trentino, l’Italia, pur riconoscendo, nella lotta partigiana, la volontà di riscatto dal regime fascista, non ebbe soddisfatta alcuna richiesta in tal senso.
In conclusione, l’opera di revisione storica iniziata da De Felice e successivamente integrata da altri studiosi, consente una rilettura dei fatti, delle idee e delle motivazioni che hanno caratterizzato la nostra storia contemporanea, l’opera di revisione viene quindi purgata dal fallace preconcetto ideologico, chiamato da De Felice “Vulgata” non per assolvere, per giustificare o addirittura per negare, le varie responsabilità e colpe di chi ne ebbe cagione; ma semplicemente per collocare nella sua giusta posizione quei fatti che portarono tanti italiani, a dichiararsi fascisti nel 1938 e altrettanto antifascisti nel 1943.

N.C. 1999

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