La “Vulgata”

Uno dei più eclatanti paradossi di cui si stenta ancor oggi a comprendere come sia potuto sopravvivere fino ai nostri giorni è l’idea che il comunismo sovietico fu considerato per lungo tempo un movimento apportatore di libertà e democrazia, ci si domanda come mai un regime totalitario che attuava sistematicamente la più feroce repressione mai eguagliata nella storia moderna, sia stato valutato così.
Questo grande equivoco, abilmente alimentato dalla propaganda bolscevica e dai comunisti europei nacque e si alimentò in conseguenza della partecipazione della Russia nella guerra di Spagna per contrastare Franco e il suo nazionalismo e con la lotta a fianco delle truppe anglo-americane per combattere il nazi-fascismo.
Durante la seconda guerra mondiale, gli alleati combattendo contro la Germania e l’Italia motivarono la loro azione militare, soprattutto, per riconquistare in Europa la libertà e la democrazia, ampliamente calpestate dai regimi nazista e fascista.
In conseguenza di ciò la Russia, che certo non poteva definirsi uno stato democratico e liberale, affiancandosi con gli anglo-americani, nella guerra contro Hitler e Mussolini, fu considerata agli occhi di coloro, che ne condividevano l’ideologia, uno stato paladino delle libertà, a cui esser grati, in quanto, piacque pensare che grazie, soprattutto, al sacrificio dei suoi soldati fu riconquistata, in Europa, la libertà perduta.
Si profilò, così, nell’immediato dopoguerra, il concetto che il comunismo fosse la forza meglio organizzata in grado di contrastare un’eventuale rinascita dei regimi sconfitti e di conseguenza, il più importante movimento difensore della democrazia e della libertà, questo concetto fu sapientemente diffuso, dalle varie parti intellettuali e politiche della sinistra europea, grazie anche ad una capillare campagna di propaganda elaborata dal Comintern.
Né, le notizie delle atrocità comuniste, né le oppressioni esercitate su i popoli in cui il comunismo imperava, né le feroci repressioni esercitate su gli stati satelliti, scalfivano la fede, profondamente radicata, negli animi dei militanti europei, tanto era consolidata l’idea dell’ineluttabilità degli ideali marxisti leninisti.
Con il tempo, in virtù della maggior circolazione delle notizie, nel mondo occidentale, per la politica di repressione poliziesca all’interno della Russia e di intervento militare nei paesi satelliti, si scoprì il vero volto dello stalinismo, e come il PCUS intendeva mantenere la sua egemonia nei paesi della sua area di influenza.
In merito a queste notizie, si ebbero, da parte dei dirigenti comunisti europei atteggiamenti diversi: nell’arco temporale; in un primo tempo queste notizie furono sistematicamente negate, attribuendole a campagne denigratorie controrivoluzionarie articolate dai vari paesi imperialisti, atte a minare la credibilità dell’URSS e del suo impegno mondiale per la costruzione della società socialista, in seguito furono machiavellicamente giustificate dal fatto che la costruzione di questa civiltà, implicava necessariamente percorsi dolorosi ma necessari nel supremo interesse della dittatura del proletariato, solo in ultimo quando anche quest’ultima tesi non poteva, agli occhi del mondo, esser più sostenuta, s’iniziò un processo di revisione, nel comunismo europeo, che senza rinnegare le tradizioni marxiste leniniste tese a differenziarsi e a prendere sempre più le distanze dal PCUS. Enrico Berlinguer, per esempio nel 1981, in un suo celebre discorso, affermò che si era ormai esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre, gettando, di fatto, le basi per una nuova politica del PCI che, pur mantenendo le tesi marxiste leniniste di fondo, faceva riferimento ad una formula denominata eurocomunismo.
Otto anni dopo, quando il marxismo scientifico, dimostrando tutta la sua inefficacia oltre che in campo politico anche in campo economico, fece crollare insieme ai vari stati a regime comunista anche il mito di quest’illusione, si smascherò anche l’equivoco del comunismo difensore delle libertà.
Pur tuttavia si deve rilevare, che il processo di revisione politica, che ha fatto chiarezza su questo equivoco, non fu del tutto accettato dai vari dirigenti e soprattutto dalla base costituente il PDS generatosi dal PCI, in quanto pur portando avanti la politica Berlingueriana dell’eurocomunismo, il PDS aveva mantenuto fino al crollo del muro di Berlino, anche se con spirito critico, tutti i contatti politico-economici con l’URSS, per la quale vi era ancora una forte attrazione. Ed ancor oggi nella fase di un complesso e tormentato, ma profondo, revisionismo storico, molti appartenenti alla sinistra italiana, ex PCI, e soprattutto chi al movimento comunista ancora crede, mantiene ancora la convinzione che l’URSS fu l’artefice maggiore della caduta dei regimi nazi-fascisti, e successivamente fu una importante sentinella atta ad impedirne il loro ritorno. Ciò dimostra a mio parere quanto ancor forte sia il condizionamento di quest’ideologia che per oltre mezzo secolo ha condizionato il mondo intero, dove nel nome della quale, vi si sono perpetrati i più efferati crimini, e vi si sono sviluppati i più alti ideali di giustizia sociale e i più forti aneliti di speranza per la costruzione di un mondo migliore e più giusto.

N.C. 2003