La struttura armata del PCI nel dopoguerra

Con la caduta del muro di Berlino e la successiva dissoluzione dell’URSS molti episodi tenuti gelosamente nascosti, sono venuti alla luce, uno di questi, per noi italiani molto inquietante, è stata la scoperta dell’esistenza di una struttura paramilitare, segreta del partito comunista italiano, pronta ad intervenire.
Le maggiori informazioni su questa organizzazione clandestina si sono ottenute grazie al lavoro di due ricercatori: il prof. Gianni Donno e il dott. Victor Zaslavsky che su incarico della Commissione Ministeriale Stragi, hanno prodotto due documentatissime relazioni.
I lavori dei due relatori, se pur leggermente divergenti in alcune considerazioni finali, risultano pressoché simili. La ricerche, dei due lavori furono effettuate negli archivi dell’ambasciata americana in Italia, negli archivi del Ministero degli Esteri russo, negli archivi delle Prefetture italiane, nella documentazione raccolta dall’ex dissidente Vladimir Bukovsky, nell’archivio del KGB prodotto da Vassilij Mitrikhin, e da ulteriori altre fonti e testimonianze; questo certosino lavoro, a detta dei relatori, ha comportato non poche difficoltà; le documentazioni raccolte, essendo ancora viventi molti protagonisti, sono state abbondantemente di parte, di comodo, e addirittura negazioniste, quindi il loro lavoro consisteva nel vagliarle scrupolosamente e valutarle nella loro attendibilità.
È risultato che: i documenti americani, contenevano certamente delle esagerazioni nelle valutazioni relative alle forze comuniste operanti in Italia, i verbali della nostra Polizia politica, preoccupati di accreditare la diligenza del lavoro svolto, contenevano indicazioni estremamente generiche ed in parte inesatte anche nell’intento di compiacere l’indirizzo politico del momento; ed infine, contraddittoriamente su quanto emergeva dai documenti di parte russa, vi è stata la negazione assoluta, sull’esistenza di questa struttura, dai dirigenti del PCI. Si ritiene, infatti, che negli archivi del Partito Comunista Italiano, non venissero mai inseriti i dati relativi a operazioni non ortodosse, ed molte documentazioni segrete, venivano periodicamente spediti a Mosca per via diplomatica.
Massimo Caprara, riconobbe, in una sua visita nella capitale dell’URSS, casse contenenti documenti italiani, provenienti dagli archivi del PCI.
La composizione di questa organizzazione militare clandestina avvenne dopo l’armistizio dell’8 Settembre 1943, quando il governo italiano, retto da Badoglio, impose la riconsegna di tutte le armi da guerra detenute sia da i privati cittadini che dalle  brigate partigiane, presenti nel paese.
Parte di queste armi, le più moderne ed efficienti non furono restituite, esse costituirono l’armamento base di questo costituendo nucleo di azione clandestino, la cui maggior consistenza era nel centro-nord, proprio dove maggiormente fu presente la guerra di liberazione, la maggior parte dei suoi componenti proveniva, infatti, dalle brigate partigiane Garibaldi: Al fine di potenziare sempre di più questa struttura, dalla Jugoslavia venivano, inviati, attraverso il mare Adriatico, uomini, armi e munizioni, in previsione di un imminente impiego. I comandanti erano in parte stati istruiti nell’Unione Sovietica ed in parte provenivano da posizioni di comando nella guerra partigiana, conseguentemente avevano un’esperienza di prim’ordine per poter condurre agevolmente una guerra insurrezionale nazionale
Si stima questa organizzazione forte di ben 77.000 uomini, questa stima ritenuta oggi la più attendibile fu esageratamente indicata allora da fonti americane in bel 130/160.00 uomini.
Si hanno notizie dagli archivi sovietici che i dirigenti italiani del Partito Comunista, nei loro frequenti colloqui con i funzionari di quell’ambasciata, evidenziavano la presenza di questa struttura, indicandola come molto efficiente e pronta all’impiego, ne caldeggiavano continuamente l’intervento, con convinzione assoluta di vittoria soprattutto al centro nord, in quanto ritenevano, che al momento dell’intervento militare vi fosse stato un corale sollevamento di popolo a sostegno della rivoluzione proletaria, si valutava che proprio in quelle regioni ove più era stata attiva la guerra partigiana la popolazione avrebbe sicuramente auspicato la costituzione di uno stato comunista.
L’Unione Sovietica, dal canto suo, riteneva, dopo la suddivisione in sfere di influenza patteggiate ad Yalta, estremamente pericoloso un colpo di mano insurrezionale in Italia, non volendo ripetere ciò che era successo in Grecia, ove i comunisti ellenici, avevano tentato, da soli, un’insurrezione, prontamente soffocata dall’intervento alleato. Di fatto Stalin pur desiderando asservire al comunismo Francia ed Italia, i paesi europei con i più forti partiti comunisti esistenti, tenne sempre fede ai patti di Yalta, soprattutto perché un’eventuale azione insurrezionale in Italia qualora fosse stata conquistata l’Italia del Nord e del Centro, secondo i calcoli dei dirigenti comunisti locali, avrebbe inevitabilmente comportato una nuova guerra civile e conseguentemente un’inevitabile reazione degli alleati con una ripresa delle azioni militari, e l’Unione Sovietica, stremata dalla guerra con la Germania nazista avrebbe avuto serie difficoltà a sostenere una nuova azione militare.
L’URSS riteneva invece, che, qual ora si pervenisse ad una vittoria elettorale da parte dei comunisti, e vi fosse stata opposizione a questa vittoria legittima, l’intervento di questa struttura sarebbe stato certamente giustificato; e solo in virtù di questa prospettiva avrebbe predisposto a sostegno di questa iniziativa, l’intervento degli eserciti Jugoslavo e Ungherese, che sarebbero potuti intervenire a scopo difensivo, non disattendendo, quindi, gli accordi di Yalta.
Proprio per questo motivo, la struttura fu mantenuta, non per esser usata in un’insurrezione armata per la conquista del potere, ma per un intervento a difesa degli interessi comunisti, allorquando questi stessi interessi, fossero stati illegittimamente calpestati, inoltre essa avrebbe potuto servire, con l’acuirsi della guerra fredda, dopo la costruzione del muro di Berlino, nell’eventuale nascita di qualche conflitto a carattere regionale.
Alle elezioni del 1953 malgrado l’alleanza dei Comunisti con i Socialisti, denominata Fronte Nazionale, le sinistre subirono una netta sconfitta, e fu immediatamente chiaro a tutti che, un eventuale governo comunista, in Italia, almeno per un certo numero di anni, non sarebbe stato possibile.
Inoltre, a guerra ormai finita, nella ricostruzione, economica e politica europea, molte cose erano ormai mutate: Gli stati europei si erano riassestati politicamente e militarmente, l’armamento atomico aveva contribuito ad una certa qual stabilizzazione sul piano militare, Tito si era disallineato dalla politica moscovita, l’Unione Sovietica con la crisi di Berlino e la conseguente costruzione del muro e la guerra di Corea aveva consistenti problemi internazionali, e con l’avvenuta morte di Stalin, inoltre, vi furono, notevoli scompensi nel mondo comunista.
Tutti questi fattori contribuirono a far perdere a questa struttura paramilitare la sua importanza strategica sul piano internazionale, soprattutto anche perché, per i mutati assetti internazionali e nazionali, prevalse nel partito comunista italiano la linea politica di Togliatti, in contrapposizione alla politica avventurista di Secchia; tendente a favorire la lotta parlamentare alla lotta armata.
Togliatti, quindi, preferì, in sintonia con gli interessi sovietici, all’idea di una insurrezione armata, una politica di conquista dei punti chiave nella società ed un insediamento progressivo nelle varie strutture e istituzioni dello stato, questa sua nuova politica fu da lui definita “Democrazia Progressiva”

C.N. 2001