Gramsci e Gentile

Gramsci e Gentile – Lo stato totalitario

Gentile definendosi liberale, contrappone il suo liberalismo al liberalismo storico di Locke e Montesquieu, il cui pensiero fu fatto proprio dall’ideologismo della Rivoluzione francese.
Egli lo indica come derivante dalla filosofia idealistica tedesca ed in parte anche ad Hegel. Il liberalismo Gentiliano colloca l’interesse specifico dello stato o delle genti al di sopra dell’interesse specifico del singolo individuo.
È in sintesi un liberalismo antitetico al criterio di libertà individuale consentendo solo la libertà collettiva del popolo che si materializza poi nello stato. Quindi nello stato totalitario.
Da ciò si evince il suo immediato favore all’avvento del fascismo, indicando in una lettere indirizzata a Mussolini, il occasione del ricevimento della tessera onoraria del partito, queste parole: …il liberalismo delle libertà nella legge e perciò nello stato forte …….è rappresentato da Lei (Mussolini).
Quindi, lo stato al di sopra di tutto Gentile dice anche La conseguenza dell’individualismo liberale giusnaturalistico e contrattualistico sfocia invariabilmente nell’anarchia, riprendendo quindi il concetto di Hegel che: l’idea di stato annulla l’individualità.
Il filosofo arriva infine all’estremo riprendendo un pensiero di Bertrando Spaventa affermando che lo Stato Etico viene a considerarsi come tutta la realtà degli uomini, e all’interno di questa non vi è possibilità di operare alcuna distinzione; consentendo così che l’interesse sociale prevarichi ed escluda l’interesse individuale.
Il fascismi è per Gentile il perfezionamento della sua dottrina, del suo personale concetto di liberalismo. Di fatto la sua concezione politica era altamente illiberale e più propria-mente integralmente totalitaria.
Per comprendere come un simile concetto sia stato comune anche ad Antonio Gramsci, lo scrittore comunista nelle sue prime teorizzazioni sulla rivoluzione del proletariato ebbe a servirsi delle tesi gentiliane relative al supremo interesse dello stato a detrimento dell’interesse del singolo.
Gramsci, quindi, concepisce il partito comunista italiano come un movimento al centro della vita dell’uomo in tutti i suoi aspetti totalizzante, che non consente al suo interno al-cuna autonomia o indipendenza.
L’interesse di Gramsci per la dialettica politica, non va inteso come un interesse od un’apertura alla democrazia, bensì, il suo concetto, basandosi sull’indiscussa infallibilità delle teorie Marxiste-Leniniste, impossibili da confutare, presentava la dialettica politica come una palestra per l’arricchimento culturale dei partecipanti, sicuro che, elevando a dogma il pensiero Marxista-Leninista, nessuno avrebbe potuto mettere in discussione tale concetto.
Questo laboratorio di discussione serviva, secondo il pensiero gramsciano, ad elevare politicamente e culturalmente la massa, per questo motivo, ebbe una particolare predilezione per gli intellettuali, chiamandoli le stecche del busto, i quali secondo lui opportunamente istruiti e indottrinati avrebbero educato le masse. Riteneva, inoltre, che un’incessante e continua ripetizione delle tesi Marxiste avrebbe consentito alla massa non acculturata di acquisire il dogma, se non per convinzione, almeno per coercizione o esaltazione, riservando solo all’intellettuale, il processo di acquisizione per libero convincimento. Per questo motivo, l’intellettuale ideale per Gramsci doveva provenire dal proletariato, e rimanerne costantemente in contatto.

N.C. 2012

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