Cesare e Pompeo

 

Leggendo due biografie, la prima di Pompeo scritta da Giuseppe Antonelli, la seconda di Giulio Cesare, scritta da Luciano Canfora, ho notato nei due libri enormi differenze di giudizio nella descrizione relativa ai due protagonisti.
I vizi e le virtù dei due condottieri venivano descritti in maniera differente sia che a parlare di Cesare fosse il biografo di Pompeo e viceversa.
Questi studiosi  e supponendo che abbiano inteso imparzialmente descrivere il rispettivo personaggio nel rigore dei documenti,

Mi domando perché allora queste differenze di giudizio su i due personaggi, descrivendo il carattere, i pregi e i difetti, in modo così difforme l’uno dall’altro tanto più perché essi hanno attinto alle medesime fonti e che non vi è stato  interesse particolare a distorcerne il significato.

Potrebbe esserci una sola spiegazione, dato che nessuna convenienza attuale vi sia stata nei biografi, la motivazione sta una certa fascinazione dei loro personaggi, ne sono stati talmente soggiogati, che per accrescere il valore del proprio eroe hanno enfatizzato rispettivamente, sia i pregi dell’uno che i difetti dell’altro
Ma se è così facile deviare dalla verità anche per cose tutto sommato risibili come quelle appena dette, come possiamo dar credito a storici, biografi, scrittori o giornalisti che dir si voglia, i quali intervengono su fatti a noi notevolmente più vicini?
Gli avvenimenti relativi alla nostra storia contemporanea portano inevitabilmente con se, convenienze, connivenze, ideali comuni, idee politiche, morali, religiose, questioni razziali, motivazioni economiche o più semplicemente antipatie personali, le quali sono le principali nemiche della verità.
Vi sono poi i “Tribuni della Plebe”, personaggi che si sono ritagliati un proprio ruolo nell’informazione, nell’arte, nello spettacolo o nei media in generale, ruolo artatamente costruito, e ben gestito, con evidenti ritorni economici.I quali arrogandosi, vanesiamente, il titolo di “maître à penser” intendono discernere di tutto e su tutti con prosopopea e saccenza.
Allora, se tutto è falsato dalle interpretazioni personali o da interessi di parte, a cosa è a chi dobbiamo credere. Questo pensiero, ci porta direttamente nel nichilismo più profondo; non credere a nulla e a nessuno, perché nulla è vero, tutto e’ falsato per opportunità malafede o semplice disinformazione!
Vorrei che qualcuno mi disilludesse; mi dimostrasse che quanto ho scritto e’ un errore e che necessariamente si debba credere in qualcosa. Però io non voglio credere per fede, troppo facile rifugiarsi in certezze dogmatiche. Io voglio credere utilizzando la Ragione, si proprio quella con l’erre maiuscola, quella dei Voltaire, dei Rousseu, dei Diderot, dei Montesqueu, ecc.
Ma se si intende utilizzare la ragione per pervenire alla verità quand’anco si riesca a dimostrarla, magari successivamente con nuove conoscenze o tecniche se ne ribalta la tua dimostrazione, e così, punto e a capo.
Forse la verità in assoluto non esiste, esistono le interpretazioni, le illusioni della verità, ma la verità forse non si vede
Mi piacerebbe credere che la verità stia in Dio, nel Grande Architetto dell’Universo, o come intendeva Feuerbach che Dio era l’oggettivazione della ragione umana, cioè Dio era noi stessi.
Ma questo mi porterebbe a un altro discorso.

N.C. 2014

 

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