Corsica: Banditismo “d’onore”

Felix Micaeli o Micaelli detto Feo (1887-1932)

Felix Micaeli o Micaelli nacque nel 1887 a Isolaccio di Fiumorbo (Isulacciu di Fiumorbu) in Corsica.
Feliciolo (denominazione corsa del nome Felix) a diciotto anni rapì una giovane di cui si era invaghito. Il padre della ragazza, pur essendo essa consenziente al rapimento, denunciò Feliciolo, il quale, catturato dalla gendarmeria, nella colluttazione che ne conseguì, uccise un agente e ne ferì un altro, dopo il fatto, per sottrarsi alla giustizia, si dette alla macchia.
Nell’anno 1907, insieme al cugino Leonetto, uccise tre persone “colpevoli” di aver testimoniato dieci anni prima contro suo padre accusato un non definito fatto delittuoso, testimonianze che determinarono la condanna a morte del genitore tramite ghigliottina.
A seguito di ciò, anche Leonetto si nascose nei boschi insieme a Feliciolo. Nella loro permanenza in clandestinità, sia per la loro forzata convivenza che per la differenza dei rispettivi caratteri, i rapporti tra i due cugini si deteriorarono, litigavano continuamente soprattutto a causa del carattere prepotente di Leonetto e nel febbraio del 1908, avvenne l’inevitabile, in uno dei sempre più frequenti alterchi tra i due, Feliciolo uccise il cugino.
La morte di Leonetto venne accolta con un senso di liberazione, sia tra gli abitanti del paese, ove periodicamente i due banditi scendevano, sia dalle autorità locali, preoccupate per il clima di terrore instaurato nella popolazione proprio da Leonetto per il suo comportamento arrogante e vessatorio.
Perciò a soli 21 anni e con un’ulteriore delitto sulle spalle, Feliciolo, con l’intenzione di rifarsi una vita, emigrò in Argentina, ma la sua nuova vita d’emigrante non fu destinata al successo, dopo sei mesi di permanenza nel paese, le autorità argentine constatando delle irregolarità nelle sue carte di soggiorno, lo espulsero immediatamente dal paese. Non ebbe, quindi, altra possibilità se non quella di far ritorno in Corsica, dove riprese la sua, ormai abituale, vita alla macchia.
Successivamente su consiglio della propria madre, sempre con l’intenzione di scrollarsi il triste passato di dosso, si arruolò nella Legione Straniera con il nome di Giudicello Giudicelli. ma il destino di Felix Micaeli ancora una volta si accanì contro di lui, a Sidi Bel Abbes località dove era stanziata la sua Compagnia, un suo connazionale lo riconobbe e in conseguenza di ciò, per non incorrere in un sicuro arresto, motivato dai suoi burrascosi trascorsi, decise di farsi riformare e di far ritorno ancora una volta al suo paese.
La sua permanenza ne luoghi natii, passata quasi esclusivamente nei boschi, fu estremamente circospetta e prudente. Questa sua particolare attenzione gli consentì di rimanere in clandestinità per lunghi periodi senza esser disturbato, complici anche taglialegna e carbonai, in gran parte italiani, che, per paura o per una certa qual forma di rispetto e ammirazione, caratteristica in quel contesto storico e sociale per i banditi postisi alla macchia, tacquero omertosamente. Tale condizione di “onore” gli consentì, persino, di agire come paceru (pacificatore), dirimendo varie questioni controverse delle famiglie del posto; per vivere si occupò anche, come supervisore o intendente, di alcune aziende agricole forestali, produttrici di formaggio. Tra l’altro collaborò anche se in modo indiretto, con ambienti della polizia, probabilmente facendo il delatore, e forse anche per questo, si comprende la sua indisturbata latitanza.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nel 1914, pensando che un suo arruolamento, avrebbe cancellato tutte le sue pendenze giudiziarie, scrisse al segretario del Presidente della Repubblica, Felix Decori, chiedendogli di arruolarsi per partecipare alla guerra, ma la sua domanda, come era da prevedersi, fu nettamente respinta. Questo rifiuto, fece molto scalpore in Francia, perché Feliciolo, per i suoi trascorsi era abbastanza famoso, inoltre, la sua figura di bandit d’honneur inspirava nell’opinione pubblica francese una certa qual forma di simpatia, soprattutto anche per la sorte avversa subita, tant’è che un importante giornalista, Maurice Barres, scrisse sul L’Echo de Paris un articolo sulla vicenda, decisamente favorevole al bandito.
Feliciolo non avendo potuto partecipare alla guerra come suo desiderio, continuò a collaborare informalmente con le autorità locali del suo paese, (ausiliario di giustizia) contribuendo, tra l’altro, alla cattura di una feroce banda la quale era composta tra gli altri, anche da quattro militari disertori.
Nonostante i discreti rapporti che intratteneva, anche se in via informale, con le forze dell’ordine, non riuscì a normalizzare la sua posizione, il suo carattere ribelle vendicativo, prevalse peggiorando ancor più la sua situazione; si dette ad una serie di intemperanze contro le forze dell’ordine, a causa, sembra, di varie persecuzioni subite dalla sua attuale amante, proprietaria di una bottega di generi alimentari, per colpa di alcuni gendarmi.
Nel giugno del 1917, ancora una volta, commise un ulteriore omicidio, uccise un italiano, tale Riziero Pagliai, il quale si era introdotto nottetempo, nella sua abitazione, forse per rubare. Feliciolo dichiarò in seguito di aver ucciso il Pagliai per errore, in quanto lo aveva ritenuto un agente di polizia, entrato in casa per arrestarlo. In seguito, a giustificazione di quest’ultimo delitto, sul giornale locale “Le Petit Bastiais” apparve una sua dichiarazione testuale: Se la giustizia fosse stata più indulgente in relazione alle mie richieste fatte per andare a morire per la patria, questo triste destino, non mi avrebbe dato l’occasione di commettere questo doloroso errore.
Niente più si seppe di lui nei quindici anni che lo separarono dalla morte, visse sicuramente nascosto, non dando più alcuna notizia di se, nel 1932 si venne a conoscenza della sua morte, avvenuta forse alla macchia o in Argentina.
Felix Micaeli o Micaelli detto Feliciolo, di Isulacciu di Fiumorbu, Corsica, fu, per vendetta, senso arcaico dell’onore, intemperanza, ardimento, e mala sorte, costretto alla vita di macchia per 27 anni fino alla sua morte. Ebbe molte amanti, ebbe considerazione, rispetto e anche simpatia dalla popolazione, la Giustizia cinicamente se ne servì, fece tremendi errori e fu perseguitato dalla mala sorte. Fu in sintesi un Bandito d’Onore.
Queste notizie, sicuramente parziali, forse per alcuni aspetti non corrispondenti a verità, per le quali non vi è alcun riscontro oggettivo, sono state da me reperite nel sito – http://resistenza.pagesperso-orange.fr/banditsmicaelli.htm e in altri siti di contenuto relativo al banditismo corso e ai banditi d’onore.

N.C. 1998

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